Maranello, 1990 — Rosso Corsa
Non si sceglie una Ferrari. Una Ferrari sceglie te. E questa lo ha fatto una mattina di ottobre del 1990, in una concessionaria di Milano, mentre cercavo tutt'altro.
Ero entrato da Rosso Motors per curiosità, per accompagnare un amico che cercava una Porsche. Non avevo nessuna intenzione di comprare nulla. Poi l'ho vista, parcheggiata in fondo alla sala, sotto una luce che sembrava studiata apposta per farla brillare. Rosso Corsa. Targa. La capote già abbassata come se mi stesse aspettando.
Mi sono avvicinato piano, quasi in punta di piedi. Ho passato la mano sul cofano. Il venditore mi ha detto il prezzo e io ho risposto "ci devo pensare". Ci ho pensato esattamente quattro minuti. Poi sono tornato dentro e ho firmato.
Mia moglie Carla non era particolarmente entusiasta. Ricordo le sue parole esatte: "Ma è rossa." Come se questo spiegasse tutto. In effetti spiegava tutto.
Il primo viaggio lungo l'abbiamo fatto insieme a novembre, appena tre settimane dopo l'acquisto. Milano-Sanremo, autostrada, tetto aperto nonostante il freddo. Mia figlia Giulia aveva sei anni e continuava a chiedere se poteva mettere la testa fuori come i cani. Le ho detto di sì.
Mi ricordo quel momento ancora nitidissimo: il sole basso sul mare di Liguria, il rumore del V8 che riempiva tutto, Giulia con i capelli al vento e la faccia rossa di freddo e di felicità. Ho pensato: questa è la macchina giusta. Questa è la vita giusta.
Abbiamo percorso 340 chilometri in un pomeriggio e quando siamo tornati a casa la sera, mia moglie ci aspettava sulla porta con due tazze di brodo caldo. Ha guardato la macchina, poi ha guardato me, poi ha guardato Giulia tutta scarmigliata. Ha detto solo: "La prossima volta mi portate."
Non avrei mai immaginato quante amicizie avrei costruito grazie a questa macchina. Al primo raduno del Cavallino Club, nel 1993, mi sono seduto vicino a un signore con una 308 rossa uguale alla mia ma del 1974. Si chiamava Giorgio Marchetti. Abbiamo parlato tutta la sera. Oggi è uno dei miei migliori amici.
Poi c'è stato Enzo, il meccanico di Piacenza che la conosce come se l'avesse costruita lui. Ogni volta che porto la macchina da lui ci fermiamo almeno due ore a parlare, con le tazze di caffè che si moltiplicano sul banco. Sua figlia ha imparato a guidare sulle strade intorno all'officina.
Una macchina così non è solo un veicolo. È un luogo d'incontro. Una scusa per fermarsi, per guardarsi negli occhi, per raccontarsi qualcosa di vero.